Prigioni

Il castello come luogo di detenzione: il "calabozo"


Veduta buonaCarcer non ad poenam sed ad custodiam inventus est1: l'antica formula del diritto romano, secondo la quale il carcere non è destinato a punire, ma esclusivamente a custodire i rei, è ancora pienamente attuale nell'Età Moderna. Nei secoli XVI e XVII il carcere occupa una posizione assolutamente marginale nel sistema delle pene, che è caratterizzato soprattutto dalle punizioni corporali: la morte, le amputazioni, la fustigazione, la "servitù del remo" nelle galere2.
Dal momento che la carcerazione era intesa soprattutto come una custodia preventiva, volta ad impedire al reo di sottrarsi al verdetto con la fuga, è del tutto naturale che fossero utilizzate a scopi di detenzione anche costruzioni militari. L'isolamento dal tessuto urbano, la difficoltà di accesso, la presenza continua di una sorveglianza armata rendevano castelli e fortezze luoghi di reclusione particolarmente indicati all'esercizio di una custodia rigorosa e di un'assoluta segregazione: per questo erano generalmente riservati ai rei di delitti di stato o comunque a persone sospettate, pur in mancanza di un quadro probatorio significativo, di attività gravemente lesive dell'ordine costituito3.
Nel Castello dell'Aquila l'utilizzazione carceraria fu parallela a quella militare fin dalle origini, data anche la connotazione repressiva ed intimidatoria che caratterizzò la vicenda della costruzione4. L'alloggio dei carcerati si trovava al piano terreno, in prossimità dell'angolo est della corte interna. Infatti in una pianta del 1870, attualmente conservata presso l'Istituto Storico e di Cultura dell'Arma del Genio, i primi tre vani del corpo di fabbrica nordorientale portano l'indicazione: "prigioni"5. Diversi documenti d'archivio confermano la localizzazione del carcere, spesso indicato con il termine spagnolo "calabozo", presso l'angolo est del cortile6.
Esisteva tuttavia, e certo fin dalle origini, anche un calabozo sotterraneo, che non è Veduta accessomenzionato in nessun documento in nostro possesso: si tratta di una segreta tetra ed oscura, ricavata sull'estradosso della volta che copre la rampa d'accesso alla casamatta inferiore del bastione est7. Sulla bassa volta a botte della cella sono ancora ben visibili le iscrizioni tracciate col carbone o graffite dai detenuti nel corso di due secoli. La volta, eseguita con tecnica a getto, è ricoperta da uno strato di malta cementizia che funge da intonaco. Su di essa sono riconoscibili le impronte delle tavole della cassaforma che la dividono in numerose superfici rettangolari, utilizzate dai detenuti come righe di scrittura. Per tracciare le iscrizioni furono impiegati carbone, fumo di candela, oggetti appuntiti di diverso tipo, forse chiodi o schegge di legno: i graffiti infatti presentano differenze di profondità e di spessore.
La maggior parte delle iscrizioni riporta semplicemente il nome del detenuto e la data. Rari sono gli accenni alle vicende giudiziarie o umane, come anche i simboli e le massime di carattere religioso.




1 P. FARINACIUS, Praxis et theoricae criminalis, parte prima, tomo primo, Venezia, presso G. Varisco, 1603, f. 9, n. 95.
2 Si veda R. CANOSA - I. COLONNELLO, Storia del Carcere in Italia dalla fine del Cinquecento all'Unità, s. l., Sapere 2000, 1984, pp. 17 - 26.
3 Questo avveniva in tutti gli stati italiani; tra i molti esempi che si potrebbero citare per i secoli XVI e XVII, ci si limiterà a quello di Castel S. Angelo in Roma, utilizzato come prigione per i rei di delitti di stato ed i membri dell'aristocrazia colpevoli dei delitti più gravi. Si veda R. CANOSA - I. COLONNELLO, op. cit., pp. 37-46.
4 La prima carcerazione menzionata dall'Antinori è tuttavia quella di un personaggio ragguardevole, assolutamente estraneo alla città: nell'anno 1557 il nobile francese "Signor della Rosa", caduto prigioniero degli spagnoli durante la "guerra del Tronto", fu tradotto al Castello dell'Aquila sotto la scorta di 25 archibugieri a cavallo e vi ricevette le visite ed i “lauti presenti" del camerlengo, di un rappresentante del magistrato, di una scelta deputazione di cittadini e del capitano regio della città. La fonte non precisa in che parte della costruzione l'illustre prigioniero fosse alloggiato: con ogni probabilità al piano nobile del cosiddetto "quarto principale", cioè dell'ala porticata sul lato dell'ingresso - l'unica all'epoca già completata - forse negli appartamenti stessi del castellano, come si conveniva ad un personaggio che "aveva attinenza con il re di Francia (A. Antinori, Annali, mss. 10 in Biblioteca Provinciale dell'Aquila, vol. XIX, cc. 533 - 534). Sull'episodio si vedano anche R. SIMARI, Il Castello dell'Aquila negli “Annali” dell'Antinori. Indagine storico - economica, in «Bollettino Abruzzese di Storia Patria», a. LXVIII (1978), p. 247 e L. LoPEZ – L. MAZZUCCHETTI, Il Museo Nazionale d'Abruzzo e il castello Cinquecentesco dell'Aquila, L'Aquila, Guido Tazzi Editore, 1998, p. 45.
5 La pianta, conservata presso l'ISTITUTO STORICO E DI CULTURA DELL'ARMA DEL GENIO (ISCAG) FT 3D 252, datata 15 febbraio 1870, fa parte di una serie di cinque disegni che documentano lo stato della costruzione poco prima che iniziassero i lavori di trasformazione in caserrna. Cfr. J. EBERHARDT, Das Kastel von L'Aquila - Il Castello di L'Aquila, trad. di G. Mucciante, Amministrazione Provinciale dell'Aquila, L'Aquila, 1994, pp. 214-215, n. 15.
6 R. COLAPIETRA, L'Aquila dell'Antinori. Strutture sociali ed urbane della città nel sei e settecento, vol. I, Il Seicento in Antinoriana, L'Aquila, 1978, p. 1132} cita un atto di notar Nicola Bucciarelli in data 4 maggio1698, concernente la "schiazzatura" del cortile lavanti agli acquartieramenti dei soldati, dalle carceri alla taverna. Si tratta senza dubbio della pavimentazione della parte di cortile antistante il corpo di fabbrica sul lato nord-est. Si veda anche la "relacion prudencial" dell'ingegnere militare Carlo de Montgaudier riguardante "los reparos indispensables" ai quartieri e agli alloggi del Castello datata 29 ottobre 1750 (ARCHIVIO DI STATO DELL'AQUILA (ASA), Preside, S. II, fase. 6, cc. 3-5).
7 È singolare il fatto che non si faccia menzione di questo ambiente né in J. EBERHARDT, op. cit. in nota 5, né in U. CHIERICI, Il Castello dell'Aquila, in “Bollettino d'Arte del Ministero della Pubblica Istruzione”, a. XXXVI (1951) pp. 225-239. La presenza di vari ambienti adibiti a carcere a livelli diversi della costruzione sembra riprodurre anche nella fortezza aquilana la tradizionale distinzione tra "carcere pubblico", destinato ai detenuti civili e a quei detenuti “criminali” per i quali non sia ritenuta necessaria la segregazione assoluta, e "carcere segreto", in cui è precluso ogni contatto del detenuto con l'esterno. Il carattere segreto era costituito in genere da cubicoli sotterranei ed oscuri, destinati ad accogliere gli imputati di reati gravi durante la fase istruttoria del processo.

Mauro Congeduti