Velo da sposa sec. XIX

Merletto a tombolo in lino, seconda metà del sec. XIX

Il velo da sposa è esposto nel Museo Nazionale d'Abruzzo dal 2003, anno in cui la Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell'Aquila lo ha concesso in comodato gratuito dopo averlo acquistato dalla famiglia Marinangeli Tomassi.
Il merletto, come è stato riferito dalla proprietaria, è stato commissionato dalla baronessa di Caporciano (AQ), Teresa Muccioli Petrini ad una merlettaia aquilana della quale però purtroppo se ne ignora il nome.
Questa oltre ad aver dedicato molti anni della sua vita alla realizzazione, ne ha tramandato una splendida opera artistica che ad un esame accurato rivela l'alta perfezione tecnica ed un disegno molto equilibrato. L'esecuzione risale alla seconda metà del secolo XIX, periodo in cui si ha il rilancio di questa arte dopo la crisi della meccanizzazione ed anche il periodo in cui ci si rivolge agli stili del passato; nel nostro caso, infatti, riferimento è il Barocco con la sua profusione ed eleganza di ornamenti. La presenza delle spighe di grano e dei tralci d'uva, chiari rifrimenti alla simbologia cristiana dell'Eucarestia, suggeriscono un'antica destinazione quale ornamento per tovaglia d'altare o bordo di camice talare.Velo da sposa sec. XIX Nel 1909 il merletto viene donato dalla nipote della baronessa Teresa, Ludovica Marinangeli Petrini, a Cordelia dei marchesi Vastarini Cresi che sposa il suo primogenito. Successivamente è adoperato come velo da sposa dalla figlia della signora Anna Marinangeli Tomassi nel giorno del suo matrimonio (1966). Il velo, unico e pregevole nel suo genere, presenta da un lato un bordo in punto tela e dall'altro una festonatura; il disegno è tracciato dal punto tela su rete aperta o tulle del fondo, mentre fogliette, quadratini, moschette, mezzopunto e barrette costituiscono elementi di collegamento. Il motivo decorativo, dato da cornucopie dalle quali fuoriescono esili rami fioriti che si alternano nella composizione dei fiori con campanule, tulipani, rose, grappoli d'uva, spighe di grano e foglie pieganti a riccio, derivante dal repertorio decorativo barocco, è stato qui rielaborato in chiave nuova e moderna. La lavorazione, eseguita con migliaia di fuselli e a filo continuo come di consuetudine nella produzione aquilana, è caratterizzata da una tecnica molto elaborata e complessa che la fa distinguere da quella di altri paesi e l’uso di filato molto sottile tende ad esaltarne la preziosità.

Maria Giuseppa Dipersia